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Bagnasco: «Sacerdozio, avventura straordinaria»
Riccardo Maccioni
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È Giovedì Santo. Giorno ricchissimo di segni, di richiami evangelici, di spunti per la preghiera personale e comunitaria, soprattutto durante il Giubileo della misericordia, specialmente all’indomani dei tragici fatti di Bruxelles. Con la celebrazione in Coena Domini si entra nel Triduo che culminerà nella Pasqua di Risurrezione. La mattina, durante la Messa del Crisma, i sacerdoti, riuniti attorno al loro pastore, rinnovano le promesse fatte il giorno della loro ordinazione. Una celebrazione che stamani per il cardinale arcivescovo di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco assume un significato particolare. Nel 2016 ricorre il 50° anniversario della sua ordinazione presbiterale, avvenuta il 29 giugno 1966 per l’imposizione delle mani del cardinale Giuseppe Siri. La sua arcidiocesi ha significativamente scelto di festeggiarlo e ringraziarlo stamani, alle 9.30 durante l’Eucaristia crismale in Cattedrale. Nel giorno che ricorda l’istituzione del sacerdozio ministeriale, Bagnasco tornerà con la mente e il cuore a una data che ha orientato tutta la sua vita. «Di quel giorno ricordo soprattutto due cose – spiega il porporato –. La prima è la prostrazione liturgica sul pavimento della Cattedrale. Io con i miei quindici compagni, tutti distesi in fila, su cui l’arcivescovo invoca lo Spirito Santo. Mi sembrava di essere parte di un tappeto, un tappeto di Dio su cui la gente sarebbe dovuto passare per arrivare al Signore. La seconda è che, tornato in sacrestia, abbracciando mia madre, sono scoppiato a piangere. Un pianto liberatorio, trattenuto fino a quel momento, che si è sciolto, improvviso».

Un pianto di gioia.
Certamente, di grande gioia, si scioglieva la tensione di fronte alla bellezza, alla grandezza di quel che era accaduto.

Se non sbaglio lei ha avuto sin da piccolo il desiderio di consacrarsi totalmente a Dio.
Sin dalla scuola elementare. Facevo il chierichetto in una parrocchia del centro storico, nei vicoli di Genova, cui sono attaccatissimo, in mezzo alle macerie del dopoguerra. Erano gli anni ’50, un periodo bellissimo di gioco, di svago, di allegria, pur nella povertà, che si condivideva. Frequentavo l’Azione cattolica, il circolo della parrocchia, vedevo il mio parroco, il mio "curato" celebrare la Messa, stare con noi, in mezzo alla gente, e da lì è nata la "piccola idea" di poter fare anch’io lo stesso. Non l’ho detto a nessuno, anche se qualcuno se ne era accorto. Finita la scuola elementare, sarei potuto entrare in Seminario ma non me la sentivo, staccarmi dalla famiglia mi sarebbe costato troppo. Così ho frequentato le medie, in una scuola pubblica. Finiti i tre anni quel desiderio c’era ancora, e allora ho capito che il Signore mi voleva sacerdote e sono entrato in Seminario. In quarta ginnasio.

Ha mai avuto il dubbio che potesse essere una scelta sbagliata? Dopo l’ordinazione no, durante il liceo, soprattutto durante il liceo, sì. Nell’adolescenza, negli anni della giovinezza, certamente. Anche durante la scuola media, ero in classi miste, avevo avuto qualche simpatia, però dopo l’ordinazione, dubbi seri no.

Lei ha parlato di anni difficili ma gioiosi. Rispetto ad allora oggi essere sacerdote è più difficile?
Allora era molto più semplice perché la società era semplice. C’erano difficoltà gravi sotto il profilo economico, della ristrutturazione, tipiche del dopoguerra, però si viveva tutto tra casa, lavoro, scuola, parrocchia. Noi bambini non sentivamo voci stonate, distorte o molto diverse tra loro, negli ambienti che frequentavamo. Era una musica, diciamo, un po’"unica", che si richiamava a vicenda. Oggi decisamente la società è cambiata, è molto più complessa e complicata, sia dal punto di vista sociale che culturale. Essere sacerdote richiede una formazione più adeguata alla complessità.

Proprio la formazione permanente del clero sarà al centro della prossima Assemblea generale della Cei, a maggio.
Noi vescovi abbiamo affrontato il problema della vita e della formazione permanente dei sacerdoti per la prima volta nell’Assemblea generale di Assisi, nel 2014. Sono emerse molte cose, e allora abbiamo deciso di prenderci un po’ di tempo in più. Già in quella circostanza sono emerse due tematiche fondamentali: la vita spirituale e l’amministrazione dei beni delle parrocchie, tenendo conto che le leggi sono sempre più complicate e le risorse per ristrutturare, restaurare, per costruire ex novo un oratorio, un campetto, per rifare il tetto della chiesa, sono quelle che sono. Il problema della gestione dei beni è particolarmente sentito dai sacerdoti anche perché, visto che i preti sono diminuiti, non di rado un parroco deve occuparsi non di una sola ma di più parrocchie. E allora i problemi amministrativi si moltiplicano. È un aspetto, come si capisce, che non riguarda solo il versante economico. Più riusciamo ad aiutare, a sollevare i nostri preti da queste incombenze, e più avranno tempo ed energie per la parte più strettamente pastorale.

La vita spirituale chiede grande attenzione.
La vita spirituale è il cuore dell’apostolato. Se non si cura la propria anima, non si può curare quella degli altri. Se non si ha un cuore continuamente rigenerato dall’intimità con Gesù, sarà difficile svolgere un ministero che scalda i cuori delle persone, una vicinanza alla gente veramente benefica.

I lavori dell’Assemblea generale saranno aperti dall’intervento del Papa. Francesco sottolinea spesso come i sacerdoti debbano essere testimoni dell’amore misericordioso di Dio, pastori con l’odore delle pecore. Cosa significa per un prete, oggi?
Ce lo spiega ancora il Papa quando parla di una missionarietà paradigmatica. Oggi si chiede che il sacerdote faccia le cose di sempre ma con un animo missionario, con la consapevolezza che le persone, cui mi rivolgo o incontro, molto spesso hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, di un nuovo annuncio del Signore. Per cui si amministrano i sacramenti, si fanno le benedizioni delle famiglie, delle case, il catechismo, la preparazione al matrimonio e via discorrendo, ma con la consapevolezza che siamo in un contesto dove dev’essere riannunciato il Vangelo. E questo cambia lo stile, il modo, l’animus, il tipo di approccio alle persone che si incontrano.

La gente vede nel sacerdote un esperto di umanità. Per questo i casi di abuso sui minori sono particolarmente gravi.
Si tratta di essere fedeli alla nostra vocazione, alla nostra missione di pastori in mezzo al popolo, di aiutare i piccoli e i grandi a incontrare il Signore. Questo richiede trasparenza, limpidezza di linguaggio, di pensiero, di azione, di gesti, di disinteresse, di vicinanza, di disponibilità, che venendo meno può allontanare o ferire. Gli abusi sono la forma più orrenda per determinare l’allontanamento.

La stragrande maggioranza dei sacerdoti, tuttavia, lei sottolinea, è fedele alla sua missione.
Intendiamoci, anche un solo episodio è grave. Però c’è chi guarda a queste vicende, che sono contenute numericamente, per screditare tutti. E questo non è giusto, perché la stragrande maggioranza dei nostri sacerdoti è limpida, trasparente, cerca di fare al meglio il proprio dovere accanto alla gente. A volte sembra che ci sia solo il desiderio di gettare ombre, fango a partire da qualche situazione, che pure effettivamente c’è.

Entriamo nel Triduo pasquale all’indomani dei tragici fatti di Bruxelles. Al di là della ferma condanna, come si può rispondere? Credo che ci siano due livelli. Il primo, più immediato, chiede una maggiore vigilanza. Che non significa né respingimenti, né muri, né fossati, ma più controlli, più attenti, un’intelligence maggiormente coordinata tra tutti i Paesi, valorizzando gli strumenti tecnici e le professionalità che ci sono. Come dimostrano recenti successi delle nostre forze dell’ordine. Si tratta di aumentare ulteriormente le attenzioni e le collaborazioni. Sotto l’altro profilo, invece, bisognerebbe che l’Europa facesse un grande esame di coscienza. Perché ha svuotato la propria cultura di riferimenti ideali, di valori alti, di principi morali, omologando tutto in una dimensione nichilista per cui va bene tutto e il contrario di tutto. Con il risultato che l’uomo europeo è sostanzialmente vuoto spiritualmente. Cioè non è in grado di contrastare culture che si presentano con ideali magari turpi, con azioni sanguinarie, è il caso del Daesh, ma capaci di suggestionare animi fragili, perché vuoti. L’Europa, ripeto, dovrebbe fare un serio esame di coscienza, recuperare le proprie radici, reimpostare il proprio cammino che non può basarsi solo sull’economia ma deve riguardare lo spirito, il mondo dello spirito. Questo è fondamentale per potersi porre non in antagonismo ma in dialogo con le altre culture, avendo qualcosa di valido da dire, in cui credere veramente. Il sacco vuoto da solo non sta in piedi, si riempie delle prime cose che lo suggestionano.

Tornando al discorso iniziale, cosa direbbe a un giovane che pensa al sacerdozio ma ha un po’ di paura, magari incontra resistenze in famiglia?
Gli direi di non avere paura. Dare la vita per i fratelli, per amore del Signore è un’avventura straordinariamente bella, affascinante. Spenderla totalmente, radicalmente per seguire il Signore e per amore di tutti, senza sconti, senza tenere nulla per sé, è la cosa più grande che possa capitare.
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