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Ortega: «Ascoltare il grido degli ultimi:
ecco la lezione per il Messico»
LUCIA CAPUZZI
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«Santo Padre, siamo grati e commossi. La ringraziamo perché custodire il Messico nel suo cuore e nelle sue orazioni. Le promettiamo che non dimenticheremo di pregare per lei». L’arcivescovo di Guadalajara, il cardinale José Francisco Robles Ortega, presidente della Conferenza episcopale messicana (Cem), parla con voce squillante nonostante la stanchezza. Da giorni non si ferma un minuto eppure appare sorridente.


«Sarà l’entusiasmo », afferma poco prima di tornare a Guadalajara. Francesco è rientrato ieri in Italia dopo una maratona di sei giorni, dal Sud al Nord del Messico. Un percorso di oltre 4.200 chilometri per portare, nel corso di Giubileo, il balsamo della misericordia alla nazione ferita da una guerra invisibile e ultradecennale. Bergoglio ha assunto con coraggio profetico le lacerazioni messicane, scegliendo di percorrere i luoghi-simbolo di una tragedia dalle molte facce. Quelle color cuoio degli indigeni tuttora emarginati dal sistema sociale ed economico. Quelle doloranti delle vittime del crimine. Quelle angosciate dei migranti, in marcia verso il sogno americano che muri e corruzione hanno trasformato in un incubo. 


Quelle spente dei giovani a cui esclusione e impunità cercano di rubare la speranza. Ovunque, con gesti e parole al contempo di grande forza e delicatezza, il Papa ha lasciato un’impronta profonda. «La presenza di Francesco ha fatto e farà molto bene al Paese. Lo abbiamo atteso con ansia. Ed è stata un’immensa soddisfazione poterlo ricevere come pastore universale e grande leader morale. Il Papa ci ha visitato in un momento difficile. Il suo messaggio, profondo ed evangelico, ci ha aperto orizzonti. I frutti li vedremo maturare poco a poco, nel tempo».


Eminenza, dopo questa interminabile «fiesta» che cosa resta in Messico del viaggio di papa Francesco?
Il Papa ha affidato a tutti noi, come Chiesa, come governo, come società, un compito preciso da portare avanti, per trasformare le sue parole in azione. A noi pastori ha chiesto una maggior vicinanza al popolo di Dio, maggior coerenza e slancio nell’evangelizzazione, nostro impegno fondamentale, comunione. Ci ha esortati a risolvere le differenze con franchezza e dialogo e a riconciliarci, come fratelli. Al governo e alla politica ha detto di accogliere le istanze dei cittadini, riducendo la distanza tra i pochi che hanno tanto e i troppi senza niente. Francesco, infine, ha invitato la società, in particolare i giovani, a non lasciarsi sottomettere. Ad essere consapevole della propria responsabilità nella costruzione del presente e nel futuro del Paese.


Come lavorerà la Chiesa messicana per far sì che i semi lanciati da Francesco diano frutto?

Con un attento discernimento dei mes- saggi rivolti a ogni settore in particolare. Le rispettive pastorali, sulla base di tale esame, elaboreranno piani specifici.


Quali sono stati, secondo lei, i momenti centrali del viaggio? L’incontro con gli indigeni, in Chiapas, a cui ha fatto una toccante richiesta di perdono. Il Papa ha valorizzato la loro cultura e identità, spingendoci a fare altrettanto. Un altro »capitolo' particolarmente intenso è stata la riunione con i giovani a Morelia. I ragazzi - e non solo quelli che sono riusciti a partecipare - sono rimasti davvero colpiti. All’evento con le famiglie Francesco ha interagito con loro a partire dalle differenti esperienze e storia di vita: dalla ragazza madre, alla coppia divorziata e risposata, ai coniugi insieme da cinquant’anni… E, infine, la giornata a Ciudad Juárez, in cui il Papa ha affrontato una serie di temi nodali: il carcere, il rapporto tra giustizia ed economia, la violenza, la migrazione.


Personalmente che cosa l’ha toccata di più?
Il modo in cui il Papa riesce ad avvicinarsi ai malati. Vederlo muoversi fra i bimbi dell’ospedale pediatrico “Federico Gómez” e fra gli infermi nella Cattedrale di San Cristóbal mi ha incredibilmente emozionato. Ogni volta che Francesco si trova di fronte un malato è in grado di regalargli un frammento della misericordia di Dio.


Il Papa ha definito il Messico «una sorpresa ». In realtà, già nella scelta del percorso, ha dimostrato di conoscere molto bene la realtà messicana.
Francesco è molto bene informato sul nostro Paese. Non solo sui gravi problemi che l’affliggono. Il Papa li ha segnalati con chiarezza e puntualità. Ha, però, anche voluto far risaltare il tanto buono che c’è. Ci ha richiamati a riscoprire la nostro vocazione come popolo e Paese.


Se dovesse sintetizzare questo viaggio con tre parole, quali sceglierebbe?
Festa, per la straordinaria partecipazione del popolo. Vicinanza, la cifra bergogliana per eccellenza. E speranza. Tanta speranza.
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